Alberi spogli su fondo bianco. (Taken with Instagram at Un posto a caso)
Ho appena scritto al Ragazzetto che mi stava aggiornando con i particolari della sua muova storiella che non me ne frega un cazzo di saperlo.
E che il fatto che lui ritenga di poter raccontare i dettagli da di lui un vero coglione, non un figo.
Ora che non ho sassolini nelle scarpe d’avanzo potrei andare a fare una corsetta.
Eccheccazzo.
Alberi spogli su fondo bianco. (Taken with Instagram at Un posto a caso)
Se nessuna tra le cose che vorresti accade hai due possibilità. Puoi insistere. Oppure spostarti. E insistere di nuovo.
No, Amica, non sono una bella persona.
E c’è un limite di porte chiuse in faccia da te che posso sopportare.
Quella di troppo, quell’unica che non dovevi chiudere, è quella che sancisce la fine della nostra amicizia.
E stanne certa: mancherai più tu a me.
Accendo luci a caso.
Secondo me è un lavoro bellissimo.
Lasciare il segno. (Taken with Instagram at Un posto)
E mentre sale un’alba di una bellezza commovente, improvvisamente trovarsi in una piazzola di sosta di due vite fa, cercando di ricordare cosa diceva Lui dell’alba.
E come un uragano che spalanca le porte, fare entrare le parole le mani posti di cui non ricordo i nomi che pure pensavo indimenticabili e i baci e il black out e il nubifragio e le notti e gli sguardi.
E ricordare d’improvviso tutto.
E non capire come aver fatto a vivere cinque interi anni senza quel tutto.
E volere, con tutte le proprie forze, per un istante, di nuovo, morire, che tanto questa sceneggiata che metto su tutti i giorni non è vita e lo sappiamo bene.
Poi, piano, spingere i demoni fuori dalla porta.
Mettersi la faccia giusta.
Andare in classe.
Non sarò mai una donna magra ed eterea.
Non sarò mai una donna che sussurra.
Non sarò mai una donna che guarda e tace.
Non sarò mai una donna che impara poesie a memoria, che scrive pensieri sui libri, che ha una bella grafia.
Sarò sempre un po’ cicciotta, una donna disordinata, rumorosa e un po’ cialtrona.
Data la mia età, comincio a sospettare che non cambierò più.
James Joyce (via kindlerya)
pealunaracconta. [di cose bellissime.]
(via pealunaracconta)(via pealunaracconta)
(via 11ruesimoncrubellier)
E così pensavo che posso smettere di cercare di tenere tutto insieme.
Posso lasciare ma presa.
Tanto quello che deve andare andrà lo stesso.
Allora c’è questa cosa che io amo le progressioni geometriche, e mi stanno sul culo le progressioni aritmetiche.
Perché le progressioni aritmetiche vanno piano piano, e le vedi già, dove stanno andando; e comunque non arriveranno mai abbastanza in alto, per me.
Invece ci sono quelle progressioni geometriche bellissime.
Che uno parte, e in un istante è già al settimo cielo.
Che si dice “ciao” e dopo un istante è amore, ma di quelli che strappano il cuore e le budella.
Che è tutto come fosse una magia, perché le parabole, le iperboli, se ne fottono della realtà: salgono, e basta.
Poi, quando scendono, è la catastrofe.
Ma vuoi mettere?
Le persone ci lasciano buchi netti, con sagome uniche, ben precise.
È per questo che quando proviamo a riempire questi buchi con altre persone, poi, sentiamo un senso di fastidio e frustrazione a volte superiore alla tristezza di essere stati lasciati in primo luogo.
Perché le persone che proviamo a usare come tappabuchi funzionano veramente male: non combaciano, entrano spifferi, continuano a uscire dalla loro sede.
Una forma rotonda può anche incastrarsi in un buco quadrato, ma poi rimangono fuori gli angoli.
Un’altra tecnica è quella di riempire i buchi con tante piccole cose: ci si mette molto, molto di più, ma a volte il risultato è quasi perfetto. Ci si mette un secolo, si fa a meno delle persone, ma non ci sono spifferi.
Altre volte non si ha voglia di fare ne una ne l’altra cosa.
Basta girarsi su un fianco, tirarsi il piumone fino al mento, e far finta di non vedere i buchi. E buonanotte.
sto sbattendo fortissimo la testa contro il muro
(Source: battitodicuore, via brutteabitudini)