January 9th, 2012

Sulla depressione

Io la sento, che avanza.
La sento che mi gira intorno, mi fa intricare i pensieri, mi fa dormire male, mi fa sognare peggio.

Io la sento che striscia ai miei piedi.
Che mi fa alzare più stanca di come sono andata a dormire.
Che mi fa pensare sciocchezze, grosse.

La sento, la guardo; vedo che mi osserva, pronta a colpirmi appena abbasserò le armi un istante.
Appena sarò sguarnita, o sola.

La sento, la vedo.
La controllo.
La guardo e mi ci allontano.

Ma non so se posso sfuggirle.

Un po’ ho paura.

December 7th, 2011

Ecco perché parlo a voce alta

Quando sto zitta, qualche volta, sento il rumore della mia testa e sbatte contro le sbarre.

Ma sto bene, eh?

November 8th, 2011

Liguria

(ci ho messo un po’, ma ecco le cose che ho in testa)

Chi ama la Liguria, mi viene da dire, ama il melodramma.
Le montagne a picco sul mare, i paesi arrampicati, spiagge rubate palmo a palmo all’acqua.
Spiagge di sassi, mica di sabbia.

E poi gli orti, le fasce; i muri a secco che sembra stiano su per un miracoloso gioco di forze, e probabilmente è proprio così.

I paesini, mezzi disabitati, sempre, la notte sembrano tanti presepi.
Il bosco sta vincendo la sua battaglia e si sta inghiottendo la terra coltivata.

La Liguria è melodrammatica perché è vecchia, e muore un po’ ogni anno.
Muore per le alluvioni, sì, ma muore soprattutto perché muoiono i vecchi: le vecchine che lavano al lavatoio, i vecchi che sanno coltivare in quella terra avara.
I paesi vuoti, di cui resta l’involucro - bellissimo - sono come una donna che sta diventando vecchia: da lontano ancora bella, ma da vicina si vedono le rughe.

Da lontano l’entroterra è ancora bello: selvaggio e bellissimo.
Ma da vicino i letti dei torrenti sono sporchi, i muri a secco crollano, gli orti non ci sono più, le fasce sono proprietà dei rovi.

La Liguria è una terra infame; coltivare è difficile, faticoso e non rende nulla; parola di una che ha il nome di suo nonno che tornato dalla prigionia in Germania decise che voleva fare il contadino e aveva i figli con lo scorbuto e una famiglia che a ogni malattia doveva vendere un po’ di terra.

Insomma, un disastro.

Un disastro bellissimo con il mare davanti.

E così è stato facile violentare la costa con i vari Borghetto Santo Spirito, Ceriale, Diano, e così via fino al Levante.
Terra che si è riempita di cemento, di case, di auto in estate.
Di soldi.

E ha lasciato la campagna, la montagna, l’entroterra, in mano a sparuti gruppi di anziani che continuano testardi a tenere gli ulivi.
Ma lo possono fare solo perché hanno la pensione sociale: perché a viverci, di campagna, in Liguria, mica ci si riesce.

Forse nelle piane (mi viene in mente la piana di Albenga) dove però si perpetrano le peggio crudeltà nei confronti dei contadini a giornata, quasi sempre albanesi, o rumeni.

Già.
La Liguria, la sua sopravvivenza, è in mano agli albanesi che coltivano ancora; perché la terra in Albania è peggio ancora di quella ligure, e, si sa, chi ha fame non ha paura della fatica.

Noi, invece, non abbiamo fame - per fortuna - e la fatica ci fa paura.
Almeno quanto ci fanno gola i soldi facili.

Anche se passano attraverso tonnellate di cemento.

Così guardo le immagini, sento i telegiornali, penso a un pezzo di terra che sento anche come casa mia, e la vedo tristemente morire; vittima della superbia degli uomini, che pensano di poter fare tutto.
E invece sono piccoli come formiche annegate in una pozzanghera.

September 6th, 2011

L’ultima frontiera della guerra tra i poveri

In questi mesi in cui si parla di crisi, ho letto di madri che rimproveravano noi insegnanti di lavorare troppo poco (tutti questi mesi a casa? tutti questi pomeriggi senza guardare i loro bambini?) mentre loro non sanno dove “metterli”, i figli.

Poi, di seguito, ho letto di gente che si lamenta perché durante le ferie chi lavora prende lo stipendio.

Poi ho letto gente che accusa chiunque abbia un’attività commerciale di evadere.

E, in generale, ho sentito che tutti accusano tutti di non lavorare tanto come loro, che infatti, per colpa di quelli che lavorano poco, i lamentanti devono lavorare di più.

Oggi, poi.
Oggi ho letto persone arrabbiate perché i vigili urbani sono in sciopero (evidentemente se sei un vigile non puoi scioperare, anche se mi sfugge perché), ho letto di persone indignate con le categorie che guadagnano tanto che scioperano (se sei ricco, se guadagni, non puoi scioperare, evidentemente).
Aggiungo quelli che si lamentano perché scioperano i mezzi pubblici, perché a loro servono.

E allora mi viene da pensare che tutto è sbagliato.

E’ sbagliato che una madre che lavora 40 ore a settimana perché per pagare l’affitto e le bollette e tutto il resto bisogna lavorare in due si lamenti con me che sono un’insegnante italiana, quindi la peggio pagata d’Europa, perché non ha dove lasciare i figli.
Dovrebbe prendersela, invece, con un sistema che non agevola il part-time, che non le fornisce servizi a buon prezzo, che la costringe a star fuori di casa tutto il giorno.
Perché se passa la logica dello scaricabarile, allora io posso rimproverarle il numero di telefonini, di televisori e i viaggi esotici: potrei dirle “rinuncia ai tuoi lussi e stai a casa con tuo figlio, che comunque ai bambini stare 8 ore a scuola mica fa bene”.

E’ sbagliato che i disoccupati si lamentino oggi perché non ci sono gli autobus e gli autisti che hanno la fortuna di lavorare gli tolgano un servizio; perché chi sciopera toglie sì un servizio a me, ma toglie del denaro a se stesso.

E’ sbagliato volere avere il diritto di protestare, ma non concedere lo stesso identico diritto agli altri.
Perché ognuno ha il diritto di godere dei propri diritti.
E ognuno ha il diritto di vivere e scegliere come più gli aggrada.

La realtà che scorgo è molto triste.
Tutti lamentano le condizioni terribili degli impiegati dei call-center, che non possono nemmeno scioperare.
Ma tutti vorrebbero che tutti fossero come gli impiegati dei call-center.

Tutti tranne loro, ovviamente.

August 31st, 2011

Continuando a far polemica

La norma sullo sconto dei libri l’ha fortemente voluto il PD.

Così, perché si sa che la cultura va a sinistra, eh?

May 13th, 2011

Orrore

Le bimbe-minkia crescono. Quella davanti a me, per esempio, fa l’università e si è appena messa la LACCA.

E sì, ce l’aveva in borsa.