Novella del Decameron, VI giornata.
Sono disturbata da un chiacchiericcio insistente alla mia sinistra.
“C., ti degni di fare silenzio?”
“Oh profe! Ma adesso non si può nemmeno parlare?”
Il mio lavoro è essenzialmente non cedere alla provocazione.
Oggi dopo aver atteso che i ragazzi finissero la gara di canto iniziata l’ora precedente (no, non sono un liceo musicale, era solo un modo per rompere il cazzo), avere ignorato gli improperi sussurrati nei miei confronti dal delinquente del gruppo, avere ignorato lo stesso che ripeteva le parole che dicevo a inizio frase, tutti si sono messi a prendere appunti e io ho spiegato dal blocco continentale a Sant’Elena filato.
Gli altri ragazzi, quelli “normali”, quelli che hanno voglia e curiosità, mi guardavano con ammirazione e, si vedeva, mi erano grati per aver tenuto i nervi saldi.
Ora io vado a casa e faccio a brandelli qualcosa, per scaricare la rabbia repressa.
Adolescenti e primavera (parte II)
Interno giorno, verifica di letteratura.
Ragazzino all’ultimo banco mi chiama.
“Prof, può venire qui un attimo?”.
Io, compilando il registro.
“Vengo subito”.
Una voce dal fondo, in mezzo a uno strano silenzio.
“Prof, viene subito?”.
La classe trattiene il respiro.
“Non stavo parlando con te. Tu non sei così bravo”.
(attenzione. bisogna sempre fare attenzione)
Adolescenti e primavera (parte I)
Ragazzo grande grosso e aggressivo oggi porta alla cattedra il compito in classe.
Mi guarda, sorride con l’occhietto furbo.
“Prof, dove te lo metto?”
Io faccio uno sguardo di massima sorpresa.
“Mi hai dato del tu?!?!?!?”
Lui sorride ancora di più.
“Prof, dove glielo metto?”.
“Ecco, ora che hai dimostrato di sapermi dare del lei, cambia anche la frase, ché non sono cretina, e ho capito benissimo dove vuoi arrivare”.
Ovazione.
(Per la successiva mezz’ora i suoi compagni l’hanno fatto a pezzi.)
Punti di vista
“E allora, capisce profe, se io so che uno è gay ho paura di quello che può farmi”.
“Ma questa è un’enorme sciocchezza! Sarebbe come se le donne non potessero stare vicino a degli uomini per paura di quello che possono far loro. Non ha senso.”
“O profe. Lei sta tranquilla in mezzo a noi solo perché non legge quello che c’è nella nostra testa”.
O_o
Compito in classe su un romanzo assegnato in lettura.
Figliolo viene a chiedermi delle cose, perché non conosce nulla della trama, del messaggio, dei personaggi.
“Capisci. Se rispondo, il compito lo faccio io”.
“Vabbè, prof! Ma non è mica colpa mia se non ho letto il libro!!!”.
Lo guardo, in attesa che capisca l’assurdità della sua affermazione.
Sguardo vitreo.
“Sarà forse colpa mia?”
(però dai. Sono divertenti)
Perché uomini e donne sono diversi?
Un ragazzo deve essere educato come un gentiluomo, deve essere sempre gentile nei confronti delle donne. Deve ricevere un’educazione da uomo vero.
Dare una buona educazione alle ragazze, invece, è più difficile, ma pur sempre possibile.
L’autore di questo testo ha 17 anni, è terribilmente simpatico, ed è anche molto concupito dalle sue compagne.
A me fa tanto, ma tanto ridere.
Facciamo ordine nel post precedente
Quando il figliolo del post precedente ha fatto la sua uscita, io ho letteralmente sentito le mie spalle crollare, e i miei metaforici coglioni infrangerai a terra.
Argomentazioni contrarie?
Ne ho a bizzeffe.
Ma a volte uno non ha voglia.
E stamattina no.
Stamattina avrei preso questo ragazzo che studia partecipa e ha ottimi voti ed è terribilmente sicuro di se stesso in tutto fino a risultare irritante ai suoi compagni e l’avrei letteralmente picchiato.
Per questo non ho argomentato.
Perché non sarei stata lucida e razionale e obiettiva.
Non oggi, almeno.
La prossima settimana magari sarò meno aggressiva e ce la farò.
Spero, soprattutto.
Ma sedicenni e diciassettenni così, uffa, che palle, ecco.
Pessima insegnante
Stamattina, per la prima volta in 11 anni di insegnamento, ho fatto una cosa di cui mi vergogno.
Quando un sedicenne ultra-cattolico mi ha detto “gli omosessuali sono malati, e possono guarire” l’ho guardato e gli ho detto che no, di quelle cosa io non avrei parlato con lui, né oggi né mai.
Gli ho confessato che non sarei in grado di argomentare contro la sua affermazione, e che finirei per volerlo offendere.
La cosa più grave è che lui NON HA CAPITO nemmeno il perché.
Ora, con cattiveria, credo di augurargli di scoprire di essere omosessuale, e che qualcuno cerchi di guarirlo.
Così, come una pessima persona qualunque.
Etnocentrismi
Io spiego: “Enea aveva ricevuto l’ordine divino di fondare una città che sarebbe stata la capitale del più grande impero mai esistito.
Una città il cui valore sarebbe stato eterno e di cui i posteri avrebbero avuto memoria per innumerevoli secoli”.
Uno mi interrompe alzando la mano di scatto: “Firenze!”
Scoperte della sera
Faccio l’insegnante perché il peggiore dei miei ragazzi è sempre, SEMPRE, migliore degli adulti che lo circondano.
Così mi prendo il meglio del mondo.
Quell’1 che fa la differenza
A chi fa il mio lavoro capita tutti i giorni di sentirsi chiedere da uno studente “ancora cinque minuti” per finire un compito, o sentirlo giustificare perché non ha rispettato una consegna.
E sicuramente gli capita anche di sentirsi dire - quando rimprovera il ragazzo di cui sopra - “ma sì, prof, un attimo. Che cosa vuole che sia?”.
Che poi è quella cosa per la quale non si boccia mai con 59/60; si regala un punto.
Questo nella scuola.
Ma nella vita vera no.
Nella vita vera capita di fare un esame e di dover affrontare 100 domande.
Capita di doverne fare giuste 80.
Capita di farne giuste 79.
Quell’1, che nessuno ti regala, è quello che farà la differenza tra uno stipendio d 1400 euro e uno da 2400 euro.
Mille euro in un botto solo.
Ora, questa cosa è successa a me, che probabilmente per il niente che ho studiato quelle 80 domande giuste non le meritavo, come non meritavo le 79, anche se le ho fatte.
E il karma è intelligente a farmi sbagliare di un punto e non di 35, per insegnarmi delle cose, che al momento, anche se non ho le parole per dirle mi sono ben chiare.
Ma credo che sia un buona lezione in generale.
Come dico sempre ai miei studenti: se per fare la maratona devi correre 42 chilometri e 195 metri, se ti fermi a 42 e 194 non hai fatto la maratona.
A volte un 1 conta più di un semplice uno.
Ho visto cose che voi umani
Stamattina alle 7 e 40 eravamo già tutti davanti alla scuola.
D’altra parte, le istruzioni dicevano che le operazioni di riconoscimento sarebbero iniziate alle 8.
Quanto ci vorrà mai a vedere i documenti di 400 persone, ci siamo chiesti tutti?
Qualcuno era tesissimo, qualcuno già stanco perché arrivava da lontano: Arezzo, Lucca, Siena, Grosseto, e via così fino a qualcuno che arrivava da Latina.
Tutti ci s’aspettava i 30 gradi promessi dal meteo, e, già terrorizzati dal caldo, guardavamo increduli la nebbia e i 14 gradi umidissimi che ci hanno accompagnato tutta la mattina.
Le famose operazioni di riconoscimento, ovviamente, sono iniziate in ritardo.
Alle 9, per dire.
C’era gente con gli appunti, migliaia di schemi, gente che rideva, gente che ripassava.
Tutti eravamo piuttosto scoglionati.
Una volta entrati - tutti dentro alle 10 e 15, ecco quanto ci vuole a riconoscere 400 persone, pare - sembrava che dovesse iniziare tutto in cinque minuti.
E invece.
Invece, dopo la ramanzina di un ispettore che non sarebbe sopravvissuto cinque minuti in una classe di scuola pubblica qualunque, e quella di un’ispettrice con un look pericolosamente gelminiano, ci hanno lasciati lì, senza poter uscire, senza andare in bagno, senza telefoni, senza bevande alle macchinette fino alle 12 e 20, quando i 100 minuti hanno avuto inizio.
Le domande, di per sé, mica erano difficili, ad averle studiate.
Quello che era difficile, però, era averle studiate, 5000 e fischia domande a memoria, come i cretini: comma1 2 3 e 4 le alternative tipiche.
Ma io non avevo studiato, e così ho risposto a istinto, a logica, a culo.
Consegna, per altro, probabilmente inutile, data la spada di Damocle del ricorso a causa di domande con l’ortografia sbagliata che avrebbero potuto indicare la risposta corretta (no, non si fa).
Ho consegnato sicura di non avere nessuna speranza, e sperando - fortemente - che la maggior parte di quelli che ho visto fuori da scuola, persone vecchie, evidentemente disamorate dal lavoro dell’insegnante, incapaci di vestirsi non dico bene, ma almeno decentemente, incapaci, anche solo a prima vista, di rapportarsi in modo “normale” con il genere umano non riesca a passare il concorso.
Perché se una scuola migliore dev’essere, molti di quelli che ho visto stamattina è bene che non vadano a dirigere nulla.
Dolce Stil Novo
Allora stamattina in terza si fa lezione su Guinizzelli e Cavalcanti.
Nei giorni precedenti s’era già parlato di amore cortese, amore gentile, amor platonico; sublimazione del desiderio, valore della poesia lirica, autoreferenzialità del poeta.
Le solite cose che si fanno a inizio anno in terza, cercando di coinvolgere i ragazzi su questo tema così lontano da loro - la poesia - agganciandoli con un tema così vicino a loro, l’amore.
Ma a un certo punto, mentre siamo lì che leggiamo Io voglio del ver la mia donna laudare, e io che gli spiego chi è questa donna, che ruolo ha nella vita del poeta, che cosa ci si aspetta che faccia, e la fenomenologia dell’amore, sguardi, sorrisi, saluti, identici da migliaia di anni, facendoli ragionare su come anche per loro che usano Facebook e internet l’amore sia ancora così, come era una volta, un ragazzo mi dice che però le donne mica si capiscono che cosa vogliono.
E così, tra un intervento delle ragazze e uno dei maschietti, si finisce che loro mi fanno vedere degli sms che gli mandano queste ragazzine che all’apparenza son scafate.
Sms allusivi, che lasciano intendere ma anche nascondono.
E loro, i ragazzi, che non conoscono l’alfabeto per interpretare che cosa vogliono queste ragazze, che cosa si nasconde dietro ai tre puntini e alle faccine.
E loro, le ragazze, che interpretano le azioni - e le non azioni - dei ragazzi come se fossero le loro azioni, e allora pensano che dietro a un silenzio ci sia un messaggio, come è dietro ai loro, di silenzi.
E in un attimo Facebook, Internet, gli sms non contano più.
Come da sempre - e come per sempre - maschi e femmine si interrogano sulle loro differenze, su come fare per superare le difficoltà di comunicazione; e chiamano me ad arbitrare la questione.
E mi sono sembrati teneri e bellissimi, e indifesi, e ingenui; con un mondo di strumenti per comunicare a loro disposizione e ancora alla ricerca di quell’unica conferma che conta, lo sguardo che dice sì, voglio proprio te.
Ed è stato bellissimo.
Le cose belle della scuola
Quando, nonostante la fatica, il sonno, il nervosismo, uno studente ti dice “Profe, con lei le ore passano subito”.
Quando la collega presente in classe con te per seguire due ragazzi disabili ti dice “Il ripetente dice che le tue lezioni sono interessanti”.
Quando ti accorgi che è vero, ma che è vero solo perché hai studiato molto quell’argomento; studiato molto, e spiegato tantissime volte.
Quando ti accorgi che devi studiare tanto, di più.
Che è solo questo il modo per rendere bella la scuola.