Cos che non capisco
Una coppia di qui un mese fa ha comprato una casa.
L’hanno detto ieri sera a una persona in via confidenziale aggiungendo che poteva dirlo a me, ma che preferivano che non si sapesse in giro.
Perché, dicono, tengono alla loro privacy.
Sì, pare siano “amici” di quelli che non vogliono che lo vengano a sapere.
La domanda è: faranno finta di vivere nella casa vecchia per salvaguardare la loro privacy?
Colleghe illuministe
Lei: “E di che segno è?”.
Io: “Acquario”.
Lei: “Oh cavolo. Lo sai che si annoierà prestissimo *anche* di te…”.
Laureate in filosofia, entrambe.
Dei nickname
Uno sceglie un nick perché in quel momento gli suona bene, oppure perché vuole essere brillante.
Per dare un’idea, per creare curiosità, che so.
Poi, anni dopo, scopre che quel cazzo di nick è la verità.
Propositi per l’anno nuovo
Da domani mi tolgo il sorriso sedicenne e imbecille dalla faccia, e ricomincio a stare con i piedi per terra.
Perché tanto al settimo cielo come in questi giorni raramente ricordo di essere stata.
Ma - anche se adoro la vertigine - prudenzialmente potrei provare a non andare troppo in alto, prima di cadere.
E da qui si cade, oh se si cade.
Ma fino a questa notte quando sarà ora di dormire, io voglio vivere così: come una sventata avventata donna che ha lanciato il cuore davanti a sé, di molto.
Domani non è solo un altro giorno, ma addirittura un altro anno.
(E se qualcuno mi dicesse di continuare a sognare, be’, chi sono io per rifiutare?)
Quell’1 che fa la differenza
A chi fa il mio lavoro capita tutti i giorni di sentirsi chiedere da uno studente “ancora cinque minuti” per finire un compito, o sentirlo giustificare perché non ha rispettato una consegna.
E sicuramente gli capita anche di sentirsi dire - quando rimprovera il ragazzo di cui sopra - “ma sì, prof, un attimo. Che cosa vuole che sia?”.
Che poi è quella cosa per la quale non si boccia mai con 59/60; si regala un punto.
Questo nella scuola.
Ma nella vita vera no.
Nella vita vera capita di fare un esame e di dover affrontare 100 domande.
Capita di doverne fare giuste 80.
Capita di farne giuste 79.
Quell’1, che nessuno ti regala, è quello che farà la differenza tra uno stipendio d 1400 euro e uno da 2400 euro.
Mille euro in un botto solo.
Ora, questa cosa è successa a me, che probabilmente per il niente che ho studiato quelle 80 domande giuste non le meritavo, come non meritavo le 79, anche se le ho fatte.
E il karma è intelligente a farmi sbagliare di un punto e non di 35, per insegnarmi delle cose, che al momento, anche se non ho le parole per dirle mi sono ben chiare.
Ma credo che sia un buona lezione in generale.
Come dico sempre ai miei studenti: se per fare la maratona devi correre 42 chilometri e 195 metri, se ti fermi a 42 e 194 non hai fatto la maratona.
A volte un 1 conta più di un semplice uno.
Nascite, rinascite
Stamattina a un certo punto guidavo in cima a un posto che è Montespertoli, ed ero stanchissima per le tre ore di lezione in cui mi sono - come al solito - data troppo, o sdata, come si dice qui.
E a un certo punto c’erano degli alberi; io non so i nomi degli alberi, ecco; ogni volta mi ripropongo di studiarli, ma poi passa sempre qualcosa che mi attrae di più, ma questo è un altro discorso.
C’erano gli alberi, e i campi mezzi marroni e mezzi verdi; e le colline, e il cielo di Toscana che nonostante tutti i difetti di stare qui è uno dei cieli più belli che abbia mai visto, secondo solo a quello di Berlino, mi pare.
E la strada era piena di curve, e io pensavo a questi alunni che non sanno niente ma che parlano un italiano incredibile, anche rispetto a me (oggi una ragazza ha usato il termine suggestione, e a me è venuta la pelle d’oca dal piacere e mi sono sentita una truzza ignorante), e a ieri sera in cui mi sono sentita a casa con gente che alla fine ho visto due volte due.
E ho pensato alla casina piccina e piena di cose che mi aspettava, alle strade che non conoscono il concetto di parallelo, e alle difficoltà, e alle sfide.
E ho pensato che concedersi una volta nella vita il lusso di rinascere, di chiudere con il passato e cominciare una nuova vita da un’altra parte è un lusso bellissimo; avere la possibilità di ammazzare il passato, le antiche abitudini, i pensieri ossessivi, gli schemi ripetitivi e negativi.
E io lo sto facendo, ed è davvero meraviglioso.
Abissi di stupidità
Ho un contatto su FB che ha dubbi sull’ortografia italiana, e ne sono certa non perché io legga religiosamente i suoi stati, ma perché mi sono smazzata due anni di temi suoi.
Per fare l’internazionale, o il figo, o il chissacché ora posta in inglese.
E fa errori di ortografia anche lì.
Il Sahara de no’artri
In soggiorno ci sono 28 gradi.
In bagno 15 in più.
Volare (oh oh)
La prima cosa di cui ti accorgi è che gli alianti sono leggeri, leggerissimi, infatti per trainarli ti chiedono di alzare un’ala, e tu ce la fai a tirarlo su, e con una mano sola.
La seconda, invece, è che il paracadute è pesantissimo, e le cinghie stringono; e la fusoliera è stretta, e non potresti mai fare a tempo ad aprire la cappottina, slacciare le cinture e tirare la cinghia.
La terza, è che capisci che c’è una sola possibilità di atterraggio, perché senza motore è “buona la prima”.
Poi il traino ti solleva, e ti pare una giostra, di quelle brutte.
Ma poi c’è lo sganciamento.
E’ questo, il momento.
Il momento in cui la leggerezza dell’aliante prende il sopravvento.
L’ala destra punta il terreno e si comincia a volare a spirale, e a ogni spirale si è saliti di 100 metri.
Una volta in quota l’aliante si raddrizza, e si va, a 160 all’ora, verso le montagne.
Ci passi sopra, vicinissime.
Riconosci il viso di una che prende il sole su una cima; saluti, e lei saluta, e tu la vedi.
Ti sembra di contare le foglie, le pietre dei crepacci.
E le nuvole che si sparpagliano intorno e sopra di te.
E poi per un attimo non si vede più nulla, perché sei dentro una nube.
Sotto di te in picchiata una poiana; sopra di te il cielo.
Stai volando come un uccello, il silenzio intorno, il solo rumore è lo scricchiolio delle ali che ti ricorda che no, non siamo fatti per volare.
E invece.
Tutto è più piccolo, sotto ai piedi; tutto è più grande, sopra.
A un certo momento il pilota ti cede i comandi, per insegnarti che un aliante si guida a furia di millimetri.
Un millimetro troppo tirato, e punta in alto; un millimetro troppo libero, e punta in basso, prendendo velocità.
Guidare l’aliante, barra e pedaliera, è una specie di danza; e della danza ha la leggerezza.
Guidare l’aliante è come vivere; bisogna sapere - e tu non sai - essere delicati, attenti, premurosi, lucidi.
Tornare a terra è più delicato di quanto pensi, più delicato di qualunque altro volo tu abbia mai fatto.
Si atterra in mezzo ai fiori, l’erba alta.
Tutto è ancora fermo, è ancora com’era, eppure è cambiato tutto: hai volato, davvero.
Davvero.
Rovesciare il tavolo
Una fa attenzione ai dettagli tutti i giorni.
Parla con attenzione, si muove con calma, non dice cose inadeguate al contesto, mantiene il ruolo, se la tira anche un po’ per la capacità di gestire la sua vita.
Poi arriva luglio.
Questione di luce
[avviso SPOILER: lo scritto seguente ferirà la sensibilità di molti. Se avete figli, volete figli e pensate che avere figli sia il senso della vita, non leggete]
Che io sia non incline a riprodurmi l’ho già detto in giro qua e là.
E anche che sono piena di amiche riprodotte, e che faccio felicemente la zia dei bambini altrui, con gusto, davvero.
Perché i bambini mi piacciono, tanto.
Non mi piacciono, però, i genitori.
Così sabato guardavo le madri invitate al matrimonio a cui ero invitata anch’io; avevano lo sguardo teso e stanco di chi ha responsabilità grandi da affrontare tutti i giorni, e una femminilità opacizzata dalle preoccupazioni.
Madri che si sono sforzate di dimenticare i figli dall’animatrice, ma che venivano richiamate all’ordine dai figli con il mal di pancia, la puntura di zanzara, il capriccio, il sonno, la stanchezza.
Donne trasformate in madri (femmina un giorno, madre per sempre, lo diceva anche De André); complete nella loro maternità, private della leggerezza della giovane età, dell’entusiasmo, della scintilla vitale delle donne che le trasforma in donne che corrono con i lupi.
Ma almeno hanno soddisfatto il compito biologico, e si vede in fondo ai loro occhi questo appagamento.
Ma i padri.
Uomini con l’interruttore spento, lo sguardo vuoto, la finalità biologica esaurita.
Non più uomini, mi viene da dire, e sicuramente sbaglio.
Ma, sicuramente non più maschi.
O almeno, non più maschi come in natura i maschi sono.
Esseri costretti alla cura parentale, loro, i maschi, che invece sono preposti ad altro, lasciando la cura alle madri, alle donne, alle femmine.
Uomini senza energia, senza intenzione, senza luce.
Una tristezza, davvero.
Sono completamente cretina se vi dico che mi sono commossa?
“Professoressa, buona sera. Avrei bisogno di un favore, prima di questo però, devo chiederle due cose:
1) come la devo chiamare?
2) posso darle del tu?
Detto questo, continuando a chiamarla prof e dandole del lei fino a nuovo ordine, le volevo chiedere un favore.
Per farle capire devo risalire alla mia quarta superiore, periodo nel quale mi ero lasciato con la mia ragazza del momento.
Quel giorno ero in crisi, mi aveva lasciato da poco e c’era il tema in classe, il tema era qualcosa sull’amore. Mentre io facevo il tema, lei si mise di fianco a me e mi disse: “ti faccio un regalo”, mi chiese un foglietto e una penna e mi scrisse due titoli di libro. Ora, a distanza di di quasi quattro ani, le chiedo, se si ricorda i titoli, di rifarmi quel regalo. In quel momento, stupidamente, non apprezzai il gesto, o meglio, non apprezzai come avrei dovuto. Sono cosciente che non è molto carino da parte mia,e forse è anche stupido pensare che lei si ricordi di quel momento, però ci provo. Grazie mille in anticipo. Il suo ex alunno, S.”
L’ho ricevuta stasera, su FB.
L’episodio risale a 4 anni fa, e io mi ricordo uno dei due titoli.
Ora mi sforzo per il secondo, ma per il momento è buio pesto.
Se avete suggerimenti, usate l’ask.
Scrivevo un ask a un’amica e mi è venuto il magone.
E ho detto, in 15 righe, cose che non dico a voce alta mai.
E che non ho nemmeno il coraggio di pensare.
Grazie, plett.
Dialoghi
Interno giorno, pranzo.
Io: “Così siamo messi male. Se non riesco ad andare giù, io e lui finiremo per esser costretti a lasciarci per mancanza di soldi. Che tristezza.”
Migliore Amico: “Non farti ripetere le cose già dette. Bastava che invece di andare tu a Firenze venisse lui su. Vivevate a casa tua dove in due ci si sta bene,e non avevate da pagare l’affitto”.
Io: “Hai ragione, in linea teorica.
Ma io voglio vivere la vita che scelgo, non quella che devo.
E voglio scegliere in base a ciò che voglio, non a ciò che è comodo”.
A volte è difficile spiegare alle persone come si fa a essere felici.