C’è questa cosa che mi capita sempre, quando faccio scelte grandi nella vita.
Dopo un certo tempo - sei mesi, un anno, due, dieci - guardo le mie scelte e non me ne ricordo la ragione.
Mi chiedo quando mi è successo, che ho scelto di fare quella scelta lì.
Mi chiedo chi ero, quando ho fatto quella scelta lì.
Stasera, in macchina, attraversavo un ponte, e vedevo l’Arno, e le luci del Duomo, e la torre di Piazza della Signoria, e mi chiedevo come io abbia fatto, a venire a vivere qui.
Come abbia fatto, a deciderlo.
Chi ero, quando l’ho deciso.
Perché quella donna lì, è chiaro, non c’è più.
Ed è questa, la chiara percezione della fine.
Dettagli
Uno se ne accorge male, perché ci si adagia sui riti e le abitudini consolidate, che sono la base di tutto.
Ma comincia a sparire quello specifico modo di dire, quell’urgenza, quella piacevole sofferenza.
Le pause si allungano, certi argomenti che sembravano inesauribili sono esauriti, la sensazione chiara è quella di aver perso qualcosa per strada: un sassolino colorato, un po’ di fuoco.
Avendo il giusto coraggio, già qui si tirerebbe una linea.
Non avendone, ci si rifiuta di scandagliare il fondale, e ci si accontenta di quello che viene a galla.
Ora
Non è nemmeno stata una brutta serata, ma così, di nuovo, tutto insieme, mi viene addosso questa sensazione di vita sbagliata, non mia, provvisoria.
La consapevolezza che il disamore non si dimentica, perché è terribile patirlo.
La malinconia per le cose che soltanto due giorni fa avevo a portata di mano e adesso sono di nuovo lontane, e chissà quando tornano, e se tornano.
E piango come una cretina, mentre scrivo sul Tumblr.
E vorrei dormire e basta.
Ma basta davvero.
(sono stanca, sì)
Novembre
Novembre è il mese in cui è morta mia madre.
Novembre è il mese in cui ho cambiato vita scappando di casa con una borsa e una casa piccolissima ad aspettarmi.
Novembre è il mese in cui ho perso tutto.
Insomma, se non sono tanto allegra abbiate pazienza.