Così, pensavo.
Che uno a furia di mentire sempre, a tutti, continuamente, comincia a non comprendere più dove sia la verità.
Anche di se stessi.
Devo fermarmi, credo sia ora.
A volte mi prende la sensazione estrema dell’inutilità della mia vita.
Poi non passa, ma non la prendo così sul serio.
Il senso degli anni che passano
A quasi vent’anni niente ti può spezzare.
A quasi trenta quando cadi ti fai molto male, ci metti un sacco a rimetterti in piedi, e giuri a te stessa di sforzarti di non cadere mai più.
A quasi quaranta, è arrivato il momento di ammettere che non puoi più giocare a certi giochi, perché non puoi più sopportare di farti male.
Random
Sono povera.
Non capisco l’inglese.
Non so sciare.
Patisco il freddo.
Necessito di attenzioni come di respirare.
Allungo le mani e tocco dove non devo.
Sono entrante, troppo.
Non sopporto i no.
Vorrei, ma.
Insomma.
Ce ne sono mille altre.
Basta, su.
Ci sono cose, momenti, situazioni, in cui le parole arrivano come coltellate, precise, al cuore.
E ci si sente, alla fine, ciò che in realtà si è sempre: un’intrusa.
Eccessi
Sono una che esagera.
Posso rimanere innamorata per anni di seguito.
Mandare messaggi del buongiorno per anni di seguito.
Emozionarmi per *ogni* sms per anni di seguito.
La gente “normale” mica lo capisce.
E passati che so? un paio di mesi di corteggiamento smette, relegando il miracolo di essersi trovati nella quotidianità del darsi per scontati.
Quindi tradisco.
Tradisco per incuria.
Tradisco perché eccedo nelle cure degli altri, e desidero che si ecceda nella cura di me e dell’assurdo miracolo cui diamo nome amore.
Shame on me
Sono gelosa come una donnetta qualunque.
Sincronicità
L’Alcesti mi arrivò tra capo e collo, con un’attrice, bravissima, che gridava “non esistono più gli eroi. Non esistono nemmeno più gli uomini: figurati se mi farei uccidere per un uomo. Non esiste più tragedia, ma solo dramma”.
E io, che avevo buttato nel cesso la mia vita dietro a un paio di occhi verdi rimasi impietrita, perché no, non era un eroe, e lo sapevo già.
Ieri la stessa bravissima attrice, mormorava la sua disperazione per la vecchiaia, e ripeteva come un mantra “volevo solo essere amata; volevo solo essere felice”.
A me andare a teatro non fa mica tanto bene, forse.
Quando mi si dà per scontata, quello è il momento in cui me ne vado.
Senza avvertire.
Quello è il momento in cui mi si perde, e basta.
Contrappassi
Ho un sacco di posti in rete per scrivere.
E alla fine scrivo le cose più intime su un’agenda.
Di carta.
Cose sparse
Mi collego poco, ho perso un sacco di contatti con gente interessante, ma non riesco proprio a stare dietro a tutto.
Il mio Tumblr sembra il deserto del Sahara, non sto dietro alla Dash, mi son persa la maggior parte delle cose delle rete.
FB potrebbero chiuderlo anche domani: non perché non mi piaccia, ma perché non me ne accorgerei.
Non telefono abbastanza alle amiche, tutta presa da altre cose.
Se dovessi riassumere la mia vita, e i miei bisogni di oggi, la cosa si limiterebbe a poche azioni fondamentali: mangio, dormo, lavoro.
Non in quest’ordine, e soprattutto, non con lo stesso gusto.
Continuo a ingrassare, a non muovermi, a non fare cose che mi farebbero bene, altroché.
Non pratico quasi nulla.
Non penso nemmeno.
Sono buttata in mezzo alla vita senza direzione, senza consapevolezza, e senza sapere dove sto andando.
Probabilmente, insomma, vivo come fanno le persone “normali”, che lavorano dal lunedì al venerdì, e quando arrivano a casa lavano stirano e cucinano.
E aspettano il sabato, quando vanno a mangiare la pizza con gli amici.
Così, per 52 settimane in un anno.
Se ci penso bene, mi fa orrore.
Quelle cose che i film
Allora c’è questa scena in About a boy - o almeno c’è nel doppiaggio italiano - in cui il ragazzetto è preoccupato per sua madre, che ha già tentato il suicidio.
E per spiegare che è preoccupato dice “Ha ricominciato a piangere la mattina”.
Ecco.
Io ho pianto la mattina per eccesso di anemia, e ho smesso di astenermi dalla carne.
Poi ho pianto la mattina perché il Grande Amore della Mia Vita mi aveva lasciato, e aveva pure ragione.
Stamattina alle 7 e 15 guidavo e piangevo.
Dopo pranzo stavo un po’ meglio, ma non ero proprio al massimo di me.
Poco fa pensavo che stavo per piangere di nuovo, e, no, non sto bene.
Non sto un cazzo bene.
E a pensare a quanto ero felice solo una settimana fa mi pare di essere diversa in un modo che nemmeno capisco.
Ora devo solo decidere cosa fare per stare meglio.
Questa sono io, quella che deve ritirare la biancheria asciutta e invece la lascia incartapecorire al sole per pigrizia.
Quella che il primo giorno che scopre il concorso studia 6 ore, il giorno dopo 4, il giorno successivo un paio male e oggi nemmeno una, “tanto è impossibile”.
Quella che voleva cambiare le lenzuola, così ha tolto quelle vecchie e non ha ancora messo quelle fresche.
Quella che “lo faccio dopo”.
Quella che fa le cose, poi se ne pente, poi se ne bulla.
Quella che preferisce stare fuori casa che dentro.
Quella che non sa mai niente, nemmeno di se stessa.
Quella che spera di aver fatto la scelta giusta, ma non ne è affatto certa.
Quella che perde anni di vita facendo cose che non dovrebbe, tipo scrivere post come questo.
Quella che poi si pente perché ha perso tempo.
Quella che ha ottimi propositi e non ne mette uno in pratica.
Quella che ha paura.
Ultimi saluti
Oggi ho salutato una bambina di tre mesi ancora attaccata all’ossigeno che amo più di quanto io abbia mai amato un uomo.
Poi ho abbracciato una sorella d’anima, con cui condividiamo capelli, un lutto enorme, un po’ di credenze alternative e, almeno per un po’, un lavoro.
Credo di essere arrivata quasi alla fine, e comincio a far pratica partendo dalle frasi semplici.
Quando vivevo a Torino amavo passeggiare in via Po.
(l’ho detta a voce alta, oggi, e mi si è stretto un bel po’ il cuore)
Casa
Torino ha le strade larghe e diritte e un sacco di semafori.
Ha i lampioni aranciati, e le lucine del centro che si riflettono nel Po.
Ha i Murazzi, che si sa che ci va brutta gente, ma ci vanno tutti, così, alla fine, ci va gente normale.
Ha immense periferie, con brutti palazzoni in cemento armato.
Ha i corsi con i controviali, che non si sa bene a che cosa servano, a esser sinceri.
Ha i tram, i pullman arancioni e addirittura due linee di metropolitana.
Ha il centro che è protetto da vicino dalla Mole Antonelliana e dal monte dei Cappuccini, e da lontano da Superga.
Ha tre stazioni grandi e un sacco piccine.
Ha la zona sopra il passante ferroviario con le sculture di Merz.
Ha la gente che si insulta dandosi del lei.
Torino ha piazza Vittorio, da cui si vede la Gran Madre; ha il Quadrilatero, che una volta era un postaccio e che adesso è diventato un posto per fighetti, quindi un postaccio, ancora.
Ha via Garibaldi piena di tamarri.
Ha i portici di via Po che portano all’Università.
Ha i mercati rionali con i commercianti meridionali che urlano, i commercianti africani che gridano e i cinesi che stanno zitti zitti.
Torino ha i palazzi liberty e le chiese barocche.
Ha Maria Ausiliatrice, che da sola vale il prezzo del biglietto.
Ha le Alpi, intorno, che valgono già da sole.
Torino è casa, e io la sto lasciando.